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SAN NILO, SAN BARTOLOMEO ABATE ED I BIZANTINI A VALLELUCE E SANT’ ELIA. Uno scorcio della nostra storia - Grazie all'illustre e famoso autore della nostra storia: Benedetto Di Mambro.
Riteniamo cosa opportuna e dovuta riproporre il tutto,
qui di seguito ed in modo più puntuale, al fine di ridare giusta dimensione sia
al "gemellaggio", passato a nostro avviso troppo sotto tono anche a
discapito e a non giusta riconoscenza nei confronti dell’ ultra ventennale
lavoro ed impegno profuso in materia dall’ ammirevole ed instancabile studioso
locale Sabatino Di Cicco, sia alla presenza, sul finire del X secolo, dei due
Santi e, per oltre due secoli (fra l’ anno 1000 e la prima metà del 1200) di
una folta colonia di Greco - Bizantini in territorio di S. Elia e nel Cassinate. Ad unire, oltre che idealmente, l’ antica cittadina di Sant’ Elia Fiumerapido, nel variegato ed ubertoso bacino idrico cassinate, delle ricche e copiose sorgenti del fiume Gari e della valle del fiume Rapido e quella fiorente di Grottaferrata, luminosamente esposta sui rigogliosi e lussureggianti Colli Albani alle porte di Roma, sono proprio i Santi Nilo e Bartolomeo Abate, che, provenienti dalla Calabria, fra il 979 ed il 994 dell’ Era Cristiana risiedettero, con 60 loro confratelli monaci basiliani, nel monastero benedettino di Valleluce, in territorio dell’ allora non ancora nato "castellum" di S. Elia per poi recarsi in territorio di Tuscolo, poco più a monte di Frascati, dove fu loro concesso un terreno in località Crypta Ferrata e dove, dopo la morte di San Nilo, il suo discepolo Bartolomeo eresse il grandioso monastero basiliano attorno al quale, man mano, sarebbe sorta la cittadina di Grottaferrata. Ad onor del vero va detto anche che già nel 1979, in occasione della ricorrenza del millenario della venuta di San Nilo a Valleluce, l’ allora Sindaco di S. Elia, avv. Giuseppe Iucci, e l’ Assessore Sabatino Di Cicco, vero promotore ed animatore dell’ apposito Comitato, a seguito di una solenne cerimonia alla presenza dell’ Abate di Montecassino e dell’ Archimandrita (Abate) di Grottaferrata, intitolarono la piazza principale di Valleluce, antistante la chiesa di S. Michele Arcangelo ed il trasformato antico monastero, proprio a San Nilo. Quest’ anno, sempre promotore Sabatino Di Cicco ed alla presenza dei Sindaci di S. Elia Fiumerapido e di Grottaferrata, di uno jeromonaco delegato dell’ Archimandrita della badìa di Grottaferrata, di Monsignor Igino Bonanotte in rappresentanza di Montecassino e di altre autorità politiche, civili, religiose, culturali e militari, un’ altra piazza di nuova costruzione, sempre a Valleluce, è stata intitolata a San Bartolomeo Abate. La visita del Comune di S. Elia Fiumerapido dovrebbe essere resa a quello di Grottaferrata il 26 settembre del 2004, in occasione delle celebrazione del primo millenario dalla morte di San Nilo.
La fama di uomo santo e giusto avvolse subito la figura di Nilo e molti furono i suoi seguaci, ma egli rifiutò sempre onori e richieste che gli si offrivano a ricoprire incarichi di Vescovo sia a Rossano sia in Puglia. Ma altri eventi brutali sopraggiunsero a convincere Nilo a lasciare le Calabrie : i Saraceni avevano invaso ed infestavano quelle terre (3) ed il sant’ uomo pensò bene di rifugiarsi presso i Principati cristiani longobardi della Campania. Fu così che fra il 978 ed il 979 giunse alla Corte del principe di Capua , Pandolfo I Capodiferro (4). Anche qui rifiutò la nomina a Vescovo di Capua chiedendo, invece, un luogo dove ritirarsi con i suoi ormai numerosi confratelli basiliani. Ad accoglierlo fu Aligerno, abate di Montecassino che, fra il 979 ed il 980 (5), gli concesse quale dimora l’ antico Monastero benedettino di San Michele Arcangelo in Valleluce, lì costruito nel 798 dall’ Abate Gisulfo (6), a circa m. 350 di altezza sul pendìo di Monte Cifalco (m. 947).
Pescluso, dal nome latino del Monte Cifalco : Pesclusum (= Pesc-, voce osco-sannita che sta per "sporgenza rocciosa" e -clusum, dal latino "clausum" e cioè racchiuso "dai monti circostanti") (9). In quel punto, ben raggiungibile in automobile da Cassino per S. Elia, Valleluce e Cese e con ampio parcheggio, oggi si erge, promotore sempre il Comitato di Sabatino Di Cicco, un’ enorme croce metallica, alta 14 metri, con pennone e bandiera italiana, accanto ad una grande targa commemorativa in bronzo e protetta da una bella ringhiera poco discosta anche dai resti ben tenuti di 14 fortini scavati nella roccia nell’ inverno del 1943 dai soldati tedeschi lungo la linea "gustav" e da cui si gode di un meraviglioso panorama che abbraccia tutta la valle del fiume Rapido e la pianura cassinate fino a Cassino ed al monte omonimo su cui sorge il celebre Monastero di San Benedetto. I monaci bizantini basiliani di Valleluce, sotto l’ attenta e rigida guida di San Nilo, oltre che alla vita ascetica si dedicarono anche all’ evangelizzazione delle popolazioni locali. Proprio nel mentre San Nilo era a Valleluce, è probabile che lo raggiungesse una folta colonia di suoi connazionali bizantini, provenienti dalla Puglia, e che il sant’ uomo, essendo questi pellegrini originari di Taranto (10), fece loro costruire una chiesa su una collinetta alla sinistra del fiume Rapido, a nord della collina che di lì a breve avrebbe dato luogo al paese di S. Elia (anno 990 ad opera dell’ abate Mansone – <nota 11>) e la consacrò al loro protettore San Cataldo. Altrove si è scritto che la cosa fosse avvenuta fra il 1018 ed il 1038, al tempo degli abati bizantini di Montecassino, Todino e Basilio : d’ altronde documenti certi non ne esistono e se ci rifacciamo alle ipotesi avanzate da Marco Lanni a pag. 18 della sua Monografia, dovremmo collocare l’ avvenimento nel X secolo e cioè proprio al periodo di permanenza di San Nilo a Valleluce.
Dopo una drammatica e breve parentesi vissuta a Roma
nel 998, in vano soccorso della vita del suo connazionale Giuseppe Filagato,
eletto papa per volere della principessa bizantina Teofane con il nome di
Giovanni XVI (15) e contro cui si erano schierati, arrestandolo ed uccidendolo,
perché ritenuto illegittimo usurpatore, papa Gregorio V e l’ Imperatore
germanico Ottone III, San Nilo tornò amareggiato a Sérperi non senza aver
annunciato tremende profezie sui due assassini di Filagato. Ora, sentendosi
presso a morire e non accettando gli onori offertigli dal pentito Ottone III,
pur benedicendolo, nel luglio del 1004, se ne partì da Sèrperi verso Tuscolo,
a monte dell’ odierna Frascati, in cerca di un luogo nascosto dove poter
rendere in pace l’ anima a Dio (16). Si rifugiò, quindi, presso il monastero
bizantino di S. Agata dove andò a fargli visita il principe Gregorio di Tuscolo,
che gli concedette un pezzo del suo territorio con un piccolo oratorio chiamato
Cryptaferrata (17). Lì San Nilo si trasferì con i suoi confratelli e lì il 26
settembre 1004 morì, chiedendo di essere sepolto nella Cryptaferrata e
nominando primo egumeno (priore) del posto il suo più antico discepolo ed
innografo Paolo (18). Il numero dei confratelli basiliani intanto cresceva ed il successore di Paolo, Bartolomeo, decise di costruire una vera e propria abbazia di cui lui fu il primo Archimandrita. Al nome di Cryptaferrata subentrò, nel frattempo, quello di Grottaferrata ed attorno a quel monastero crebbe man mano il villaggio che in seguito divenne l’ omonima attuale cittadina. Nel 1054, intanto si consumò il primo doloroso scisma nella Chiesa Cristiana con il distacco da essa della Chiesa Bizantina d’ Oriente che divenne Ortodossa e non riconobbe più quale suo capo il papa di Roma. I monaci basiliani di Grottaferrata, invece, assieme a San Bartolomeo, rimasero fedeli alla Chiesa Cattolica di Roma pur conservando i riti bizantini. L’ anno successivo, 1055, anche San Bartolomeo rese il suo ultimo respiro e volle essere sepolto accanto al suo santo padre Nilo.
Circa, invece, nuove ipotesi, legate ad un dipinto "bizantineggiante" tuttora esistente sul retro dell’ altare maggiore della chiesetta rurale di Santa Maria Maggiore in S. Elia Fiumerapido, che vorrebbero che la stessa fosse stata costruita anch’ essa dai monaci basiliani di Valleluce nell’ XI secolo, mi sembra si abbia bisogno di più approfondite riflessioni. Visto che la funzione della romanica cella di Santa Maria Maggiore era quella di essere punto di sosta e di preghiera per chi da Montecassino volesse recarsi al monastero benedettino di Valleluce, passando proprio di lì a quel tempo la strada che vi conduceva, ci sono, a mio modesto avviso, da fare due considerazioni : a) o la chiesetta era già stata costruita nel IX secolo, dai benedettini, per servire l’ appena costruito monastero gisulfiano di Valleluce, ma non ci risulta che esistano documenti che l’ accertino; b) oppure, pervenendoci le sue prime notizie certe a
partire dal XIII secolo (come scrivono anche : Giuseppe Picano, nel 1900, in
"Notizie intorno al Santuario di Nostra Signora delle Indulgenze in S. Elia
sul Rapido" e Luigi Fabiani in "La Terra di San Benedetto"), la
stessa fu fatta probabilmente costruire proprio in quel periodo e per l’ uso
di cui sopra, dall’ abate Adenolfo di Montecassino, al tempo dell’
ampliamento del monastero di Valleluce (23), e l’ affresco "bizantineggiante"
dell’ altare, a mio parere, non fu altro, con molta probabilità, che frutto
del retaggio culturale bizantino che ancora resisteva in zona se non,
addirittura, proprio opera della mano di qualche monaco basiliano, ancora
rimasto all’ epoca a Valleluce. Non si capirebbe, altrimenti, l’ esistenza
di un altare dipinto spoglio di una chiesa che lo accogliesse, visto anche che
il pavimento musivo di Santa Maria Maggiore in S. Elia è di stile cosmatesco e
quindi inerente o successivo al XIII secolo e che anche gli affreschi parietali
della stessa sono riferibili al XIV secolo. Veramente appassionante e molto da approfondire la
storia della presenza dei Bizantini nel Cassinate ! Benedetto Di Mambro
1) Germano Giovannelli (jeromonaco di Grottaferrata ed
attento studioso del "Bios", e cioè la biografia di S. Nilo scritta
in greco dal suo discepolo San Bartolomeo Abate): S. Nilo di Rossano fondatore
di Grottaferrata (Grottaferrata, 1966); pag. 14.2) Germano Giovannelli : op.
cit., pag. 124-126. Marco Lanni, forse non comprendendo, da Arciprete Cattolico
qual’era, quanto qui descritto, a pag. 54 della sua "Monografia su Sant’
Elia sul Rapido" scrive che San Nilo era "rimasto vedovo".3)
Germano Giovannelli : op. cit., pag. 88-89.4) Germano Giuvannelli : ibidem, pag.
188.5) Germano Giovannelli : ibidem, pagg. 89 e 125.6) Marco Lanni : Sant’
Elia sul Rapido – Monografia (Napoli, 1873); pag 53.7) Sabatino Di Cicco : Il
romitorio di S. Bartolomeo ( Il Rapido, anno VIII, giugno 2003, pag. 2).8) Marco
Lanni : op. cit., pag. 9.9) Benedetto Di Mambro : Sant’ Elia Fiumerapido ed il
Cassinate (Cassino, 2002),pag. 27.
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