La Storia di San Nilo
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SAN NILO, SAN BARTOLOMEO ABATE ED I BIZANTINI A VALLELUCE E SANT’ ELIA.

Uno scorcio della nostra storia - Grazie all'illustre e famoso autore della nostra storia:       

Benedetto Di Mambro.


In occasione delle cerimonie di gemellaggio fra i Comuni di S. Elia Fiumerapido e di Grottaferrata in onore di San Nilo da Rossano Calabro (910 – 1004), tenutesi presso il Municipio di S. Elia e nella chiesa di San Michele Arcangelo della frazione Valleluce nel mese di ottobre 2003, si è fatto cenno, miseramente ed in maniera molto approssimata, alla vita del Santo, a quella del suo discepolo San Bartolomeo Abate (978 – 1055) ed al perché dell’ evento. 

Riteniamo cosa opportuna e dovuta riproporre il tutto, qui di seguito ed in modo più puntuale, al fine di ridare giusta dimensione sia al "gemellaggio", passato a nostro avviso troppo sotto tono anche a discapito e a non giusta riconoscenza nei confronti dell’ ultra ventennale lavoro ed impegno profuso in materia dall’ ammirevole ed instancabile studioso locale Sabatino Di Cicco, sia alla presenza, sul finire del X secolo, dei due Santi e, per oltre due secoli (fra l’ anno 1000 e la prima metà del 1200) di una folta colonia di Greco - Bizantini in territorio di S. Elia e nel Cassinate.

Ad unire, oltre che idealmente, l’ antica cittadina di Sant’ Elia Fiumerapido, nel variegato ed ubertoso bacino idrico cassinate, delle ricche e copiose sorgenti del fiume Gari e della valle del fiume Rapido e quella fiorente di Grottaferrata, luminosamente esposta sui rigogliosi e lussureggianti Colli Albani alle porte di Roma, sono proprio i Santi Nilo e Bartolomeo Abate, che, provenienti dalla Calabria, fra il 979 ed il 994 dell’ Era Cristiana risiedettero, con 60 loro confratelli monaci basiliani, nel monastero benedettino di Valleluce, in territorio dell’ allora non ancora nato "castellum" di S. Elia per poi recarsi in territorio di Tuscolo, poco più a monte di Frascati, dove fu loro concesso un terreno in località Crypta Ferrata e dove, dopo la morte di San Nilo, il suo discepolo Bartolomeo eresse il grandioso monastero basiliano attorno al quale, man mano, sarebbe sorta la cittadina di Grottaferrata. 

Ad onor del vero va detto anche che già nel 1979, in occasione della ricorrenza del millenario della venuta di San Nilo a Valleluce, l’ allora Sindaco di S. Elia, avv. Giuseppe Iucci, e l’ Assessore Sabatino Di Cicco, vero promotore ed animatore dell’ apposito Comitato, a seguito di una solenne cerimonia alla presenza dell’ Abate di Montecassino e dell’ Archimandrita (Abate) di Grottaferrata, intitolarono la piazza principale di Valleluce, antistante la chiesa di S. Michele Arcangelo ed il trasformato antico monastero, proprio a San Nilo. 

Quest’ anno, sempre promotore Sabatino Di Cicco ed alla presenza dei Sindaci di S. Elia Fiumerapido e di Grottaferrata, di uno jeromonaco delegato dell’ Archimandrita della badìa di Grottaferrata, di Monsignor Igino Bonanotte in rappresentanza di Montecassino e di altre autorità politiche, civili, religiose, culturali e militari, un’ altra piazza di nuova costruzione, sempre a Valleluce, è stata intitolata a San Bartolomeo Abate. La visita del Comune di S. Elia Fiumerapido dovrebbe essere resa a quello di Grottaferrata il 26 settembre del 2004, in occasione delle celebrazione del primo millenario dalla morte di San Nilo.


Il Santo Nilo era nato a Rossano Calabro nell’ anno 910 (1) ed il suo nome di battesimo fu Nicola. Assiduo lettore delle Sacre Scritture e della vita dei Santi Padri eremiti del deserto, che lo portarono sempre più ad odiare il male e la vita futile ed oziosa, rimase orfano di entrambi i due genitori e sposò una giovane e bella ragazza di Rossano e di umili origini, da cui ebbe una figlia. Ma, dentro, gli ardeva sempre il fuoco della vita ascetica e così, dopo lunga e grave malattia che lo portò sull’ orlo della morte, all’ età di 30 anni abbandonò moglie e figlia per andarsi a fare monaco, nell’ Ordine di San Basilio, presso l’ allora famosa Eparchìa monastica di Mercurion, ai confini fra la Calabria e la Lucania, cosa legittima secondo gli ordinamenti dell’ Impero e della Chiesa Bizantina e ritenuta anche cosa giusta se "chiamato da Vocazione verso Dio" (2). 

La fama di uomo santo e giusto avvolse subito la figura di Nilo e molti furono i suoi seguaci, ma egli rifiutò sempre onori e richieste che gli si offrivano a ricoprire incarichi di Vescovo sia a Rossano sia in Puglia. Ma altri eventi brutali sopraggiunsero a convincere Nilo a lasciare le Calabrie : i Saraceni avevano invaso ed infestavano quelle terre (3) ed il sant’ uomo pensò bene di rifugiarsi presso i Principati cristiani longobardi della Campania. Fu così che fra il 978 ed il 979 giunse alla Corte del principe di Capua , Pandolfo I Capodiferro (4). Anche qui rifiutò la nomina a Vescovo di Capua chiedendo, invece, un luogo dove ritirarsi con i suoi ormai numerosi confratelli basiliani. Ad accoglierlo fu Aligerno, abate di Montecassino che, fra il 979 ed il 980 (5), gli concesse quale dimora l’ antico Monastero benedettino di San Michele Arcangelo in Valleluce, lì costruito nel 798 dall’ Abate Gisulfo (6), a circa m. 350 di altezza sul pendìo di Monte Cifalco (m. 947).


San Nilo ed i suoi 60 confratelli lo ingrandirono con la chiesa omonima che le era accanto e vi convissero per ben 15 anni fino all’ anno 994, introducendovi, con la benevolenza dell’ abate Aligerno, celebrazioni religiose cristiane di rito bizantino. Lassù lo raggiunse di nascosto, attorno al 990, un giovinetto dodicenne, anch’ egli di Rossano Calabro, di nome Basilio, che si rifugiò in vita eremitica, a quota 742, sul crinale di Monte Cifalco (7). Tale località viene chiamata a volte, in vari documenti, Pesclaso, altre volte Pescoluso ed altre ancora Pesoluso e lì, così come nel secolo XIX vi esistevano i ruderi della chiesetta di San Bartolomeo di Pesclaso (8), ancora oggi ve ne restano evidenti tracce, in pietre e mattoni, delle mura perimetrali del vano interrato (m. 4 x 4 di ampiezza e m. 1 di altezza), che doveva essere proprio il romitorio del giovane Basilio, futuro San Bartolomeo Abate. Circa il toponimo del luogo, va ribadito che ci sembra di capire che derivi dell’ errata lettura dei manoscritti benedettini laddove si è voluto leggere Pesclaso, Pescoluso o Pesoluso invece di 

Pescluso, dal nome latino del Monte Cifalco : Pesclusum (= Pesc-, voce osco-sannita che sta per "sporgenza rocciosa" e -clusum, dal latino "clausum" e cioè racchiuso "dai monti circostanti") (9). In quel punto, ben raggiungibile in automobile da Cassino per S. Elia, Valleluce e Cese e con ampio parcheggio, oggi si erge, promotore sempre il Comitato di Sabatino Di Cicco, un’ enorme croce metallica, alta 14 metri, con pennone e bandiera italiana, accanto ad una grande targa commemorativa in bronzo e protetta da una bella ringhiera poco discosta anche dai resti ben tenuti di 14 fortini scavati nella roccia nell’ inverno del 1943 dai soldati tedeschi lungo la linea "gustav" e da cui si gode di un meraviglioso panorama che abbraccia tutta la valle del fiume Rapido e la pianura cassinate fino a Cassino ed al monte omonimo su cui sorge il celebre Monastero di San Benedetto. 

I monaci bizantini basiliani di Valleluce, sotto l’ attenta e rigida guida di San Nilo, oltre che alla vita ascetica si dedicarono anche all’ evangelizzazione delle popolazioni locali. Proprio nel mentre San Nilo era a Valleluce, è probabile che lo raggiungesse una folta colonia di suoi connazionali bizantini, provenienti dalla Puglia, e che il sant’ uomo, essendo questi pellegrini originari di Taranto (10), fece loro costruire una chiesa su una collinetta alla sinistra del fiume Rapido, a nord della collina che di lì a breve avrebbe dato luogo al paese di S. Elia (anno 990 ad opera dell’ abate Mansone – <nota 11>) e la consacrò al loro protettore San Cataldo. Altrove si è scritto che la cosa fosse avvenuta fra il 1018 ed il 1038, al tempo degli abati bizantini di Montecassino, Todino e Basilio : d’ altronde documenti certi non ne esistono e se ci rifacciamo alle ipotesi avanzate da Marco Lanni a pag. 18 della sua Monografia, dovremmo collocare l’ avvenimento nel X secolo e cioè proprio al periodo di permanenza di San Nilo a Valleluce.


Di questa chiesa, rimasta attiva fino ai cannoneggiamenti bellici dell’ 8 dicembre 1943 che la distrussero, restano ancora ben visibili, a S. Elia, i ruderi e le strutture interne ancora ben conservate. Era di proprietà dei Bizantini e tale rimase per diversi secoli (sembra fino al XIV secolo, in base a quanto scrive Marco Lanni a pag.18 della sua Monografia), tant’ è che quando l’ erigendo "castellum Sancti Heliae" fu cinto, nel 1057, da mura e torri (vedi Luigi Fabiani – "La Terra di San Benedetto", pag. 179) essa ne rimase fuori non essendo pertinenza feudale di Montecassino (Marco Lanni : "Sant’ Elia Fiumerapido – Monografia", pag. 18).


Con i monaci benedettini di Montecassino, se fin quando rimase in vita l’ Abate Aligerno i rapporti di San Nilo e dei suoi discepoli furono ottimi e di reciproca collaborazione (basti pensare ai canti in onore di San Benedetto che i basiliani composero e cantarono con cerimonie in rito bizantino nel cenobio cassinese) (12), con l’ avvento del pur energico abate Mansone essi cominciarono a guastarsi. Non gradendo la vita non proprio ascetica di questo abate (13) ed il rallentarsi della disciplina dei monaci (14), nell’ anno 994 San Nilo decise di lasciare Valleluce, dove restarono comunque molti suoi discepoli e si recò a Sèrperi (Gaeta), dove rimase, per 10 anni, fino al 1004. Nel frattempo, nel 992, stando ancora a Valleluce, aveva fatto scendere dal Pescluso il giovane Basilio e lo aveva accolto fra i suoi confratelli dandogli il nome di Bartolomeo, portandolo quindi con sé a Sèrperi e dovunque si recò appresso. 

Dopo una drammatica e breve parentesi vissuta a Roma nel 998, in vano soccorso della vita del suo connazionale Giuseppe Filagato, eletto papa per volere della principessa bizantina Teofane con il nome di Giovanni XVI (15) e contro cui si erano schierati, arrestandolo ed uccidendolo, perché ritenuto illegittimo usurpatore, papa Gregorio V e l’ Imperatore germanico Ottone III, San Nilo tornò amareggiato a Sérperi non senza aver annunciato tremende profezie sui due assassini di Filagato. Ora, sentendosi presso a morire e non accettando gli onori offertigli dal pentito Ottone III, pur benedicendolo, nel luglio del 1004, se ne partì da Sèrperi verso Tuscolo, a monte dell’ odierna Frascati, in cerca di un luogo nascosto dove poter rendere in pace l’ anima a Dio (16). Si rifugiò, quindi, presso il monastero bizantino di S. Agata dove andò a fargli visita il principe Gregorio di Tuscolo, che gli concedette un pezzo del suo territorio con un piccolo oratorio chiamato Cryptaferrata (17). Lì San Nilo si trasferì con i suoi confratelli e lì il 26 settembre 1004 morì, chiedendo di essere sepolto nella Cryptaferrata e nominando primo egumeno (priore) del posto il suo più antico discepolo ed innografo Paolo (18).

Il numero dei confratelli basiliani intanto cresceva ed il successore di Paolo, Bartolomeo, decise di costruire una vera e propria abbazia di cui lui fu il primo Archimandrita. Al nome di Cryptaferrata subentrò, nel frattempo, quello di Grottaferrata ed attorno a quel monastero crebbe man mano il villaggio che in seguito divenne l’ omonima attuale cittadina. Nel 1054, intanto si consumò il primo doloroso scisma nella Chiesa Cristiana con il distacco da essa della Chiesa Bizantina d’ Oriente che divenne Ortodossa e non riconobbe più quale suo capo il papa di Roma. I monaci basiliani di Grottaferrata, invece, assieme a San Bartolomeo, rimasero fedeli alla Chiesa Cattolica di Roma pur conservando i riti bizantini. L’ anno successivo, 1055, anche San Bartolomeo rese il suo ultimo respiro e volle essere sepolto accanto al suo santo padre Nilo.


Anche a Valleluce e a S. Elia i monaci bizantini basiliani del monastero di San Michele Arcangelo ed i sacerdoti della chiesa di San Cataldo rimasero fedeli al Papa ed alla Chiesa di Roma sviluppando anche la loro presenza nel territorio con la costruzione di altre chiese come quella di San Basilio a Caira e di Sant’ Onofrio a S. Elia stessa. Quest’ ultima fu costruita attorno alla metà del XII secolo sulla riva sinistra del fiume Rapido, non di molto distante dal sito ancora detto La Fontana (19). Andata distrutta due volte, fra il XIV ed il XV secolo, prima da un terremoto nel 1367 e quindi da un’ alluvione, per uno spaventoso straripamento del fiume che gli scorreva vicino , fu ricostruita accanto alla chiesa di San Cataldo (20), attaccata alla parete nord della stessa e di cui si vedono ancora oggi i ruderi.


Nel 1208 i basiliani di rito bizantino erano ancora presenti nel cassinate (21) e quindi a Valleluce, Caira e nella chiesa di San Cataldo in S. Elia, e mantenevano la loro indipendenza da Montecassino dipendendo, invece, dal proprio Vescovato di Forcone, presso L’ Aquila. Fu nel 1215 (22), forse per non inimicarsi l’ allora giovane e fedele alleato imperatore normanno Federico II di Svevia, caro al Papato di Roma ed alla Chiesa Cattolica, che l’ abate Adenolfo di Montecassino reintrodusse il rito latino, al posto di quello bizantino, nel monastero di Valleluce. La cosa, molto probabilmente, indusse i monaci niliani a ritirarsi a Grottaferrata. Notizie circa loro durature permanenze in San Cataldo, a S. Elia, ci sembrano molto cotradittorie ma alcune, riportate da Marco Lanni nella sua Monografia e tratte dagli scritti dell’ Abate Gattola, lasciano pensare che, non si sa in qual modo, fossero resistite fin verso il 1400. 

Circa, invece, nuove ipotesi, legate ad un dipinto "bizantineggiante" tuttora esistente sul retro dell’ altare maggiore della chiesetta rurale di Santa Maria Maggiore in S. Elia Fiumerapido, che vorrebbero che la stessa fosse stata costruita anch’ essa dai monaci basiliani di Valleluce nell’ XI secolo, mi sembra si abbia bisogno di più approfondite riflessioni. Visto che la funzione della romanica cella di Santa Maria Maggiore era quella di essere punto di sosta e di preghiera per chi da Montecassino volesse recarsi al monastero benedettino di Valleluce, passando proprio di lì a quel tempo la strada che vi conduceva, ci sono, a mio modesto avviso, da fare due considerazioni : 

a) o la chiesetta era già stata costruita nel IX secolo, dai benedettini, per servire l’ appena costruito monastero gisulfiano di Valleluce, ma non ci risulta che esistano documenti che l’ accertino; 

b) oppure, pervenendoci le sue prime notizie certe a partire dal XIII secolo (come scrivono anche : Giuseppe Picano, nel 1900, in "Notizie intorno al Santuario di Nostra Signora delle Indulgenze in S. Elia sul Rapido" e Luigi Fabiani in "La Terra di San Benedetto"), la stessa fu fatta probabilmente costruire proprio in quel periodo e per l’ uso di cui sopra, dall’ abate Adenolfo di Montecassino, al tempo dell’ ampliamento del monastero di Valleluce (23), e l’ affresco "bizantineggiante" dell’ altare, a mio parere, non fu altro, con molta probabilità, che frutto del retaggio culturale bizantino che ancora resisteva in zona se non, addirittura, proprio opera della mano di qualche monaco basiliano, ancora rimasto all’ epoca a Valleluce. Non si capirebbe, altrimenti, l’ esistenza di un altare dipinto spoglio di una chiesa che lo accogliesse, visto anche che il pavimento musivo di Santa Maria Maggiore in S. Elia è di stile cosmatesco e quindi inerente o successivo al XIII secolo e che anche gli affreschi parietali della stessa sono riferibili al XIV secolo.

Veramente appassionante e molto da approfondire la storia della presenza dei Bizantini nel Cassinate !

Benedetto Di Mambro

1) Germano Giovannelli (jeromonaco di Grottaferrata ed attento studioso del "Bios", e cioè la biografia di S. Nilo scritta in greco dal suo discepolo San Bartolomeo Abate): S. Nilo di Rossano fondatore di Grottaferrata (Grottaferrata, 1966); pag. 14.2) Germano Giovannelli : op. cit., pag. 124-126. Marco Lanni, forse non comprendendo, da Arciprete Cattolico qual’era, quanto qui descritto, a pag. 54 della sua "Monografia su Sant’ Elia sul Rapido" scrive che San Nilo era "rimasto vedovo".3) Germano Giovannelli : op. cit., pag. 88-89.4) Germano Giuvannelli : ibidem, pag. 188.5) Germano Giovannelli : ibidem, pagg. 89 e 125.6) Marco Lanni : Sant’ Elia sul Rapido – Monografia (Napoli, 1873); pag 53.7) Sabatino Di Cicco : Il romitorio di S. Bartolomeo ( Il Rapido, anno VIII, giugno 2003, pag. 2).8) Marco Lanni : op. cit., pag. 9.9) Benedetto Di Mambro : Sant’ Elia Fiumerapido ed il Cassinate (Cassino, 2002),pag. 27.
10) Marco Lanni : op. cit., pag. 75.
11) Luigi Fabiani : La Terra di San Benedetto (Montecassino, 1950), pag. 61.
12) Germano Giovannelli : op. cit., pag. 90; Marco Lanni : op. cit., pag. 54.
13) Germano Giovannelli : op. cit., pag. 102 – 103.
14) Marco Lanni : op. cit., pag. 55.
15) Germanno Giovannelli : op. cit., pag 106 – 108.
16) Marco Lanni : op. cit.; pag. 56.
17) Germano Giovannelli : op. cit., pag. 239.
18) Germano Giovannelli : op. cit., pag. 241.
19) Marco Lanni : op. cit., pag.121.
20) Marco Lanni : ibidem.
21) Marco Lanni : op. cit., pag. 74.
22) Marco Lanni : op. cit.., pag. 57
23) Marco Lanni : ibidem.

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Page updated on November 18, 2009

 

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