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Valleluce La Storia di un Monastero perduto Sabatino Di Cicco, 80 anni, insegnante in pensione a Valleluce, in comune di Sant'Elia Fiumerapido: c'è molto da apprendere da lui e le sue preziose ricerche storiche sono costante arricchimento per la cultura locale. Nel 1995 ha' pubblicato un dettagliato studio storico-tecnico su "L'acquedotto Romano da Valleluce a Cassino", in cui fa menzione anche di un vetusto monastero benedettino, esistente secoli addietro proprio a Valleluce, e dell'amaro destino della sua decadenza e trasformazione. Noi ne vogliamo parlare proprio per additarlo ad esempio di cruda cancellazione di "memorie storico-artistiche", avvalendoci anche della fedele ricostruzione plastica che lo stesso Di Cicco ha fatto dell'antico monastero e che qui riproduciamo in foto accanto al suo, pur necessario stato attuale. Il monastero di S. Michele Arcangelo (o S.Angelo) in Valleluce fu fondato nel 798 (VIII secolo) dall'Abate Gisulfo di Montecassino. L'edificio fu costruito sui ruderi di una villa romana di cui, ancora oggi, nel seminterrato, sono visibili i resti. Un cunicolo sotterraneo scomparso a seguito di vecchi lavori di rifacimento della piazza principale di Valleluce, lo metteva in comunicazione con la chiesa che, nella parte retrostante l'altare, conserva ancora l'originaria forma architettonica paleocristiana, propria dell' VIII secolo, ma già prefigurante l'incipiente stile romanico. Nella sacrestia, ricoperti da maldestre pennellate di calce, stanno rinvenendo antichissimi affreschi trecenteschi. Da cornice al l'altare, seppur anch'esse maldestramente ridipinte d'azzuro, fanno mostra di sé due colonne romane con capitelli, probabilmente appartenenti alla presistente villa romana.
Dal 979 al 994, per volere dell'abate Aligerno di Montecassino, il monastero di Valleluce ospitò una confraternita di 60 monaci Basiliani (cattolic i di rito Greco-Bizantino) guidata da S. Nilo di Rossano Calabro. Il monastero di Valleluce fu per secoli rinomato centro di studio e di lavoro oltre che di ritiro spirituale. Nel 1056 l'abate Pietro I di Montecassino, non sentendosi più adatto a ricoprire l'incarico, vi si ritirò in eremo. Dopo morto fu santificato con il nome di S. Pietro Abate. Altri futuri santi furono ospitati nel monastero di Valleluce e, tra questi, ai tempi della permanenza di S. Nilo, S. Adalberto Vescovo di Praga. All'epoca della dominazione normanna sul regno di Napoli ( XII sec), il monastero di Valleluce ebbe a subire non pochi danni e solo nel 1215 fu restaurato e ampliato dall'Abate Adenolfo che, fra l'altro, vi vietò gli uffizi in rito bizantino ripristinandovi quelli in rito latino. Nel 1239 Federico II di Svevia, impossessatosi del monastero di Montecassino ed avendolo trasformato in fortezza, ne scacciò i monaci che, fino al 1266, dimorarono a Valleluce. Tradizione vuole che fra quei monaci vi fosse anche San Tommaso d'Aquino, all'epoca ancora adolescente. Notizie sulle funzioni di questo monastero, si hanno fino al 1461, quando pur rimanendo proprietà feudale di Montecassino, fu trasformato in casa colonica ed i suoi terreni dati in coltivazione ai contadini del posto. Nel 1806, con l'arrivo dei Francesi di Bonaparte e Murat, ebbe fine il feudalesimo di Montecassino ed il monastero con le sue terre fu assegnato al demanio. Verso la metà del secolo scorso, l'antico cenobio benedettino fu acquistato da una facoltosa famiglia di industriali lanieri di Sant'Elia. Fu rivenduto a privati locali nell'ultimo dopoguerra per la somma totale di 5 milioni di lire e trasformato in civili abitazioni per la necessità dell'epoca. Il monastero è scomparso, ma la generosa ed affabile gente di Valleluce, con grande ospitalità, a tutt'oggi non nega eventuali visite a quel che resta del seminterrato, di cui sono ancora ben visibili strutture ed arcate di possente stile romanico. Benedetto Di Mambro (Articolo tratto da l'Inchiesta ottobre 1996)
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